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Marco Casagrande PDF Stampa E-mail
Scritto da Prof. Francesco Lamendola   
Giovedì 01 Settembre 2005 01:00
Marco Casagrande“La fine dell’estate ha dato al paesaggio trevigiano un caldo colore di oro e porpora.
Sotto l’infinito cielo azzurro e sereno comincia a svegliarsi Campea, questo delizioso borgo.
Dalle ultime ombre della notte riemergono gli ubertosi colli, i fertili vigneti che incoronano, in molteplici filari, i dolci pendii.
Dai comignoli delle rustiche case, di pietre e di legno, il fumo dei camini sale dritto verso il cielo e sembra quello delle antiche are di sacrificio.
Le greggi già brucano le erbe grasse. Qualche campanaccio già rompe il silenzio che ovatta ogni cosa.
L’aria è fresca e pura: è un giorno di lavoro, secondo il calendario, è il 18 settembre dell’anno 1804...”

Con questa descrizione quasi pittorica, venata di accettabilissima poesia, Tibor Tombor inizia la sua monumentale e ben documentata biografia dello scultore Marco Casagrande, che ha colmato, nel 1980, un vuoto inescusabile nella storiografia dell’arte italiana.
Tombor, nato a Fiume da genitori ungheresi, nel 1909 (quando la città era ancora austro-ungarica), ma imbevuto di cultura italiana (prima nella stessa Fiume, italiana dal 1924, e poi all’università di Bologna) ben rappresenta quella vivace cultura mitteleuropea che fece da prezioso ponte, a cavallo fra le due guerre mondiali e anche dopo, fra le opposte sponde dell’Adriatico e fra gli opposti versanti delle Alpi. Studioso di storia e di letteratura italiana (specialmente di D’Annunzio), ha speso l’intera sua vita per far conoscere l’Italia agli ungheresi e l’Ungheria agli italiani, mentre le vicende belliche e politiche continuavano a ridisegnare la carta dell’Europa centrale, stravolgendo confini linguistici e provocando, non di rado, migrazioni forzate o forzose di intere popolazioni (si pensi, per fare un solo un esempio, alla tragedia degli italiani d’Istria e Dalmazia nel 1945-47).
Un uomo di cultura che ha saputo essere, proprio per questo, uomo di pace, a dispetto delle violenze della storia: se è vero che la pace è conoscenza autentica tra i popoli, superamento dei pregiudizi e dei feroci nazionalismi, dialogo e comprensione, apertura e tolleranza.
Anche Marco Casagrande è stato un uomo di cultura internazionale, messaggero di arte e di bellezza, dunque di pace, fra Italia e Ungheria proprio negli anni critici dei due Risorgimenti, l’italiano e il magiaro, a dispetto della politica asburgica del “divide et impera” che cercava di volger l’una contro l’altra le differenti nazionalità del vacillante impero di Vienna. E anche per merito di artisti come Casagrande (e, in seguito, di storici come Tombor) se tra cultura italiana e ungherese, pur nei decenni travagliati dell’ Ottocento e perfino durante le tragiche giornate della prima guerra mondiale (che videro i due popoli schierati sulle due opposte sponde dell’Isonzo e del Piave, strenuamente impegnati gli uni contro gli altri(1) si è sempre mantenuta fresca e viva una corrente di sincera simpatia, di stima reciproca e affetto non simulato o epidermico, ma profondo e costante. Ed è commovente pensare che, quando sostiamo ammirati davanti alle sculture della chiesa di Cison di Valmarino (magari ignorandone l’autore), o gli altorilievi del Palazzo Bortolan a Treviso, è uno scrittore ungherese innamorato della nostra terra che ci permette di “riscoprire” un artista ingiustamente quasi dimenticato di casa nostra, delle nostre colline: una perla che brillava nel giardino di casa nostra, ma che noi forse non avremmo mai riconosciuta senza il soccorso generoso di questo figlio riconoscente della Mitteleuropa.


Dicevamo, dunque, che Marco Casagrande nasce a Campea di Miane il 18 settembre 1804. Suo padre, Antonio, è un bottaio di quarantotto anni; sua madre, Dominica Trevisol, nativa di Cison, ne ha trentatré. Da pochi anni (col vergognoso trattato di Campoformio del 1797) si è estinto il dominio plurisecolare della Serenissima, e ora Austriaci e Francesi si succedono a fasi alterne, avanzando e scacciandosi reciprocamente; finché, col congresso di Vienna del 1815 (ma “de facto” già dal 1813) il Veneto resterà definitivamente agli Asburgo.
La famiglia è numerosa: Marco è il decimo figlio e già a due anni deve “cedere” la culla all’ultimogenito, Michele (ma diversi fratelli e sorelle, come allora purtroppo accadeva, muoiono piccolissimi). Numerosa e laboriosa: non c’è altro mezzo atto a tener lontano lo spettro della fame, in quegli anni agitati da continui rivolgimenti, per chi non possiede titoli e proprietà; lavorano tutti nella bottega paterna, anche i più piccoli. Una società sobria ma dignitosa, imbevuta di cultura contadina e patriarcale, di solidi principi morali e di un sentimento religioso (trasmesso dalla madre) semplice ma profondo.
Sin da bambino, mentre frequenta la scuola elementare, Marco dà i primi segni della propria vocazione artistica, modellando figurine con l’argilla. A quindici anni, la rivelazione: di sua iniziativa scolpisce due leoni in pietra, che poi colloca in cima ai due pilastri di casa. L’evento fa scalpore: l’amministratore dei conti Gera, che possiedono una villa di campagna di fronte alla chiesa parrocchiale di Campea, richiama l’attenzione dei suoi padroni sul ragazzo prodigio che, schivo e modesto, ha lavorato tutto solo, senza disegno, coi vecchi scalpelli del padre, praticamente improvvisando. Giovanni Battista Gera lo prende sotto la sua protezione, lo manda a Venezia col fratello Bartolomeo Gera a frequentare l’Accademia di Belle Arti. Vi è ammesso nel 1820:
ma subito subisce un grave incidente sul lavoro (è travolto da una pietra durante l’erezione di una statua) ed è costretto a tornare a casa, convalescente. Sfrutta il lungo periodo di forzata inattività per colmare i vuoti della sua cultura artistica e si sprofonda, in particolare, nello studio amorevole della scultura di Antonio Canova, il massimo esponente del Neoclassicismo italiano che, dalla non lontana Possagno, aveva trovato in Giovanni Falier, senatore veneziano, il generoso mecenate che gli aveva permesso di farsi strada e di affermarsi a livello mondiale(2).
Alla lezione neoclassicista del Canova, sia pur venata della sua particolare sensibilità romantica (appartiene, cronologicamente, alla generazione successiva), Casagrande resterà sempre fedele.
Tornato a Venezia, si segnala come uno degli allievi più dotati e vince numerosi premi, tanto che l’Accademia si decide a chiedere al sospettoso imperial-regio governo la sua esenzione dal servizio militare (che allora durava alcuni anni e che avrebbe, probabilmente, posto fine al suo brillante futuro di artista): cosa che ha fatto solo per un altro suo allievo d’eccezione, il pittore milanese Francesco Hayez.


Nel 1825 vince, con il gruppo scultoreo “Angelica e Medoro”, il Concorso governativo dell’Accademia di Brera, con le felicitazioni dello stesso Hayez: è un grosso successo e segna l’inizio della sua carriera. Nel 1826 si diploma, a Venezia, scultore accademico e intanto fa conoscenza col patriarca, G. B. Ladislao Pyrker, insediato a San Marco dal 1821 e che aveva pronunciato, l’anno dopo, l’elogio funebre del Canova nella basilica gremita di popolo.
Lasciata Venezia, nel 1826-27 lavora in una villa in stile neoclassico che la famiglia Gera si sta facendo costruire sul colle di Conegliano, proprio sotto il Castello, su disegno dell’architetto Giuseppe Jappelli. L’interno è decorato ad affresco dall’apprezzato pittore bellunese Giovanni De Min; il timpano della facciata è scolpito da Casagrande con l’altorilievo “L’architettura accoglie le Arti sorelle: Pittura, Scultura, Poesia, Musica”, mentre il pronao è decorato a bassorilievo col “Trionfo del lavoro”. Opera giovanile di sobria e composta (un po’ fredda, forse) ispirazione canoviana.
A Ferrara, nel 1829-30, porterà a termine con eguale tecnica il timpano di un’ altra dimora nobiliare, palazzo Camerini, sul tema “La Fortuna propizia l’Idraulica e realizza l’Abbondanza”: tema astruso ma che egli saprà concretare con mano sicura, realizzando un’opera più mossa, più armoniosa e matura di quella precedente.
Fra le due decorazioni, nel 1828 ha eseguito a Treviso un bellissimo ciclo di altorilievi nel palazzo Bortolan, in Riviera Santa Margherita. Il ciclo si compone di tre episodi, sul tema dell’amore romanticamente inteso come passione travolgente: “Ettore e Andromaca” (ispirato al celebre episodio del X canto dell’iliade), “Paolo e Francesca” (ispirato al V canto dell’inferno dantesco) e “Olindo e Sofronia” (dal canto II della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso).
Nonostante la derivazione letteraria del ciclo, l’artista sa far rivivere il “pathos” di quei grandi poemi in tutta la sua forte carica emotiva: lo struggente ma contenuto addio di Ettore alla dolce sposa, mentre la nutrice tiene in braccio il figlioletto Astianatte; lo strazio dei due amanti infelici al cospetto di Dante e Virgilio (ma qui sono più riuscite, come resa drammatica, le figure delle anime dannate sullo sfondo): il muto colloquio di sguardi fra Olindo e Sofronia, già legati insieme per essere bruciati sul rogo, mentre il re Aladino spiega le sue ragioni alla vergine Clorinda. Veramente bello.
Dopo il lavoro di Ferrara e un doveroso pellegrinaggio alla Possagno del Canova, nel 1833 la grande svolta nella vita di Casagrande: la partenza per l’Ungheria. E accaduto che l’arcivescovo Pyrker, che già conosce e apprezza lo scultore trevigiano, con una lettera lo invita a recarsi a Eger, dove si sta terminando la costruzione di una grandiosa cattedrale, per realizzare l’intera decorazione scultorea, altorilievi e statue. Egli accetta, pieno di entusiasmo, e parte in diligenza da Venezia per il nord dell’Ungheria. Eger, in tedesco Erlau, sorge fra il Danubio e la valle superiore del Tibisco, a nord-est di Budapest: un viaggio che segna un cambiamento radicale nella sua vita. Non ha neanche trent’anni, lascia amici e famiglia e non sa nulla di quella che diverrà la sua seconda patria; la sola lingua che conosce è l’italiano.
Lavorerà alla cattedrale di Eger dal 1833 al 1837 (anno della consacrazione), salvo un breve intermezzo veneto nel 1835-36 in cui, fra l’altro, realizza un busto in marmo del papa Gregorio XVI, bellunese, che viene inaugurato appunto a Belluno, e dove ritrova l’amico pittore Giovanni De Min. La cattedrale di Eger, grandiosa, in stile neoclassico piuttosto elaborato, è abbellita da quattordici altorilievi di Casagrande. Rappresentano episodi del Nuovo e dell’Antico Testamento, tra cui l”Annunciazione”, “Gesù fra i dottori”, “L’entrata a Gerusalemme”, “La donna adultera”, “La deposizione”, “La liberazione di Pietro”; e poi “L’Angelo e Tobia”, “l’Arcangelo Michele”, “il re Davide”, “Santa Cecilia che suona l’organo”.
Il portico e la facciata dell’edificio sono adornati da alcune statue monumentali (realizzate in un secondo tempo) che ne esaltano gli aspetti scenografici e prospettici. Al sommo del frontone la Fede, posta tra la Speranza e la Carità, e, più all’esterno, due bellissimi angeli; San Pietro e San Paolo (nel 1839) ai lati della seconda scalinata; più tardi (nel 1840) Santo Stefano e San Ladislao, ai lati della prima scalinata, nel piazzale antistante la chiesa.


Come osserva un contemporaneo, sono le sculture di Casagrande a dare luce e movimento a tutto l’insieme architettonico che, senza di esse (aggiungiamo noi) risulterebbe alquanto freddo e convenzionale. Grande e meritata è l’ammirazione della committenza, arcivescovo Pyrker in testa, e di tutto il pubblico ungherese; da questo momento, la fama del nostro è assicurata, almeno oltr’ Alpe... Strano destino, quello di essere ricordato ancor oggi come uno dei massimi artisti che operarono in terra magiara, mentre non solo in Italia, ma nello stesso suo Veneto, nel suo Trevigiano molti tuttora ignorano il suo valore e il suo stesso nome.
Esigente con se stesso, perfezionista, Casagrande non è mai interamente soddisfatto della propria opera, vorrebbe - se possibile - rifare sempre tutto daccapo. Schivo e taciturno lo è sempre stato; la notizia della morte della mamma amatissima lo rende ancor più chiuso e introverso.
Intanto, dopo aver lavorato per la committenza privata (in particolare per il conte Ullmann, a Budapest) e all’ulteriore arricchimento della decorazione di Eger, realizzando nuovi altorilievi, deve sostenere una sgradevole e involontaria polemica con lo scultore Istvàn Ferenczi, nel clima acceso di un progettato, colossale monumento al grande re magiaro Mattia Corvino (poi sfumato); polemica innescata dalla gelosia del più anziano Ferenczi, che aveva studiato a Roma e che cerca ora di screditare il Casagrande di fronte al pubblico, ma che si risolve in un sostanziale successo per l’italiano, difeso a spada tratta dai suoi molti estimatori. L’episodio, crediamo, amareggia tuttavia un animo mite e sensibile come quello del Casagrande, che ne esce tuffandosi di nuovo del lavoro. Questa volta è incaricato di realizzare la decorazione scultorea della basilica di Esztergom (sulle colline vicino alla grande ansa del Danubio, a nord di Budapest), chiamato il “monte sacro” d’Ungheria.
La basilica è stata voluta dal primate Jozsef Kopacsy e il progetto affidato a un vecchio amico del nostro, l’architetto Hild, nel 1839. Casagrande lavora alle sculture di Esztergom fino al maggio 1844. Il sovrintendente ai lavori scrive, fra l’altro, al primate:

"Pur non essendo io un artista e non intendendomi di queste cose, per avere anch ‘io due occhi, posso dichiarare che queste statue sono dei veri capolavori. E incantevole anzitutto la statua della Religione, per la quale almeno io non potrei nemmeno immaginare qualcosa di più bello.”

Parole che si commentano da sole. Purtroppo, a noi non è concessa la medesima fortuna: non possiamo più ammirare le grandiose statue di Esztergom, ma solo qualche sparso frammento, e gli altorilievi, peraltro restaurati in anni recenti. La scadente qualità della pietra utilizzata ha consentito agli agenti atmosferici di distruggere queste opere in un tempo incredibilmente breve.


A questo punto il lettore vorrebbe forse conoscere qualcosa di più di Marco Casagrande. Va bene lo scultore: ma com’è l’uomo? Com’è la sua vita privata, la sua vita affettiva e sentimentale, se pur ne ha una? Innocente curiosità che sempre circonda la figura di un artista, assorto per vocazione in una inesausta ricerca e contemplazione della bellezza. Ebbene diciamo che l’emigrato di Campea (statura media, figura snella, capelli biondo-rossicci, sguardo pensoso e malinconico), nella vita d’ogni giorno, sembra per molti anni non accorgersi della bellezza femminile. Non gli si conoscono storie sentimentali d’alcun tipo fino al 1844, a parte una passione - non ricambiata - che per lui ha la nipote dell’arcivescovo Pyrker, certa Fany Mike: sentimento che gli crea non poco imbarazzo, trattandosi della nipote del suo principale protettore ungherese.
Si direbbe che fino alla soglia dei quarant’ anni Marco Casagrande, uomo di solidi principi e di autentico sentimento religioso, non si sia mai distratto dal lavoro, che il suo cuore non abbia mai provato un brivido. Natura semplice, bonaria e niente affatto esaltata dai successi professionali, solo alla fine del 1844 scopre improvvisamente l’amore. Fa una richiesta di matrimonio in piena regola, improvvisa e inaspettata, per la figlia primogenita della vedova Kovacs, di professione sarta. La richiesta è cortesemente respinta; ma, qualche tempo dopo, il mortificato scultore trova comprensione e affetto crescenti nella secondogenita, Maria. Il fidanzamento è brevissimo e il 9 marzo 1845 si celebra il matrimonio (con viaggio di nozze in Italia): lui ha 41 anni, lei appena 22 ed è una vera bellezza. Da questo momento in poi si può dire che l’Ungheria diventa la seconda patria di Casagrande; la coppia non ha figli; e, dopo la morte del marito, Maria Kovacs deciderà di restare in Italia, dove la “maestrina ungherese”, ammirata per la sua bontà d’animo, si spegnerà nel febbraio del 1893.
Grandi avvenimenti internazionali stanno intanto maturando: il 1848 è alle porte. Casagrande, che ha letto “Del primato morale e civile degli Italiani” di Vincenzo Gioberti, restandone conquistato, è turbato e si chiede cosa può fare per la sua patria natìa. Di qui la decisione di rientrare in Italia (il Pyrker, suo grande protettore, è morto, dopo aver benedetto il matrimonio con la Kovacs: nobile gesto da parte dello zio della povera Fany Mike), quando già l’Impero asburgico è tutto in fermento e nel Lombardo-Veneto si combatte la prima guerra d’indipendenza.
Carlo Alberto ha dichiarato guerra all’Austria il 23 marzo 1848; patrioti ungheresi e truppe croate del bano Jellacic son venuti fra loro alle mani, mentre a Vienna e Budapest, Milano e Venezia si alzano le barricate... Ma quando i due sposi giungono a Conegliano, muniti di uno speciale salvacondotto, la situazione si è già rovesciata. Carlo Alberto è sconfitto a Custoza dal Radetzky il 23-25 luglio.
Contemporaneamente, Casagrande apprende la notizia della morte del conte Bartolomeo Gera, a Venezia: il suo generoso mecenate, colui che, col fratello Giovanni Battista, lo aveva “scoperto” e avviato alla carriera di scultore, aiutandolo e incoraggiandolo anche dopo gli studi presso l’Accademia. Un tratto caratteristico dell’animo del nostro, il sentimento della gratitudine, si rivela - sia detto per inciso - alla lettura del testamento del conte: rifiuta un lascito a lui intestato, adducendo di aver ricevuto tanto dal suo benefattore, che sempre se ne considererà debitore.


Il ritorno a casa (a Cison, il suo paese materno), con la giovane moglie, avviene pertanto in un clima di mestizia. La sconfitta di Novara il 22-23 marzo 1849 (definitiva, questa volta, a causa dell’abdicazione di Carlo Alberto); la caduta della Repubblica romana sotto le cannonate francesi e la resa di Venezia agli Austriaci, chiudono inesorabilmente un periodo caratterizzato da grandi speranze. Anche la resistenza ungherese è piegata dall’intervento zarista e vi trova eroicamente la morte il massimo poeta magiaro, Sàndor Petòfi. Aveva scritto, in una delle sue ultime poesie(3):

Enorme è il numero dei Russi, ma che importa?...
Niente paura, o miei figli, non temete, non vi colpirà la lancia
del feroce cosacco; e voi, spose, amanti, non piangete...”

Sul piano privato e professionale, è un momento difficile per Casagrande: sono venuti meno i suoi protettori sia ungheresi che italiani e il momento economico-politico non è tale da offrire generose prospettive a un artista in cerca di committenze.
Così, questi anni dopo il ritorno in Italia sono caratterizzati da lavori sporadici e non molto prestigiosi: talvolta il nostro è costretto a sopravvivere con qualche lavoruccio commissionatogli da parrocchie della Marca e perfino con lavori tombali. Spera sempre di essere richiamato in Ungheria, ma sarà una speranza vana. Pare che lassù si siano improvvisamente dimenticati di lui; o forse se ne ricordano anche troppo bene, dal momento che ai conservatori non è piaciuto il fatto che Casagrande, nel 1848, abbia disegnato e pubblicato il progetto di una “Colonna per la Libertà” che puzzava maledettamente, in quel preciso contesto storico, di sovversivismo anti-asburgico. La verità è che Marco Casagrande non ritroverà più la committenza dei tempi migliori, dei tempi di Eger e di Esztergom; vanificato, sostanzialmente, il suo progetto di creare una scuola-laboratorio di scalpellini ungaro-trevigiani, dopo il forzato rientro in Italia; destinate a non realizzarsi le aspettative di una fama europea che pareva sul punto di affermarsi (al punto che un giornalista italiano pubblica la descrizione di un suo viaggio in Ungheria e illustra la cattedrale di Eger citando le sue sculture, ma non il nome del loro autore). La realtà, insomma, è che la fortuna gli ha voltato le spalle: si può dire che, dopo il 1848, egli ha ormai “un brilllante avvenire dietro di sé”. Eppure lavora sempre con il massimo impegno. Si osservi, ad esempio, l’altorilievo raffigurante “l’Angelo della Morte” nel cimitero di Valmareno, col capo pensosamente reclinato in avanti: è un piccolo capolavoro (per quanto modesta sia stata la committenza), oggi pressoché ignoto agli stessi abitanti della Vallata.


Altare di San LeonardoConegliano - Duomo. Altare di San Leonardo

Ogni tanto, per fortuna, capita una domanda di lavoro più qualificata: come quando il comune di Conegliano, d’intesa con la fabbriceria del Duomo, decide di affidarglila realizzazione dell’altare con la statua di S. Leonardo, patrono della città, che viene collocato nella navata destra, verso il presbiterio. Realizza, inoltre, con l’aiuto di scalpellini locali, numerose statue per la chiesa parrocchiale di Cison di Valmarino: la Carità, la Fede, la Speranza; Giustizia e Prudenza (appaiate); Fortezza e Temperanza (appaiate), SanGiovanni Battista. Adopera una pietra locale, meno costosa ma anche di modesta qualità, avendo scoperto (con l’amico Giovanni Possamai) una cava adatta nella Valle di San Daniele, non lontano, cioè dal paese. Più tardi, ed è un tocco che dà all’insieme quella grandiosità scenografica che contraddistingue ancor oggi il presbiterio, verranno aggiunte ai due lati della balaustra del transetto le copie in gesso di due grandi cherubini realizzati, ancora, per la cattedrale di Eger.
Che dire di quest’ultimo lavoro per la parrocchiale di Cison, che sembra riassumere i temi e i motivi elaborati nell’intero percorso artistico di Casagrande e, quindi, significare la piena maturità dello scultore? La concezione delle sculture esterne conferma la sua capacità di intuizione spaziale, inserendole nella struttura architettonica in modo che essa ne sia valorizzata al massimo e, al tempo stesso, che la prospettiva architettonica (qui particolarmente originale, poiché si tratta di un raro esempio di edificio sacro a “doppia facciata”: quella frontale e quella absidale) esalti al massimo la funzione decorativa delle sculture.
In quanto scultore prevalentemente di soggetti sacri, Casagrande non è (come un Bartolini o un Duprè, tanto per far due nomi) un artista le cui creazioni possano immaginarsi in uno spazio astratto e per così dire “neutro”; al contrario, esse risultano perfettamente armonizzate e funzionali rispetto a uno spazio sacro, che è quello (interno o esterno) capace di esprimerne sino in fondo la dimensione spirituale e religiosa. Infatti la sua arte non è mai puramente decorativa, non è mai estetica nel senso di “arte per l’arte”: è piuttosto un’arte ispirata e “pedagogica”; militante si direbbe, con espressione moderna.


Angelo AdoranteVittorio V.to, Duomo di Serravalle: Angelo adorante

Ora, se è un fatto che le sculture esterne di Cison di Valmarino mostrano, in parte almeno, la presenza di un lavoro di bottega, in cui gli scalpellini aiutanti hanno integrato quello del maestro, sia pure su suo disegno e su sua precisa indicazione (per cui la Fede velata, ad esempio, nel gioco del panneggio non può certo reggere il confronto con le opere similari di un Antonio Corradini, come quella nel Duomo di Udine), nel complesso il ciclo rappresenta un momento decisivo nell’itinerario di Casagrande: la transizione dal Neoclassicismo al Romanticismo. La Carità, in particolare (meglio conservata, nella sua nicchia, dalle offese degli agenti atmosferici), che tiene in braccio un neonato e attira a sé due bimbi più grandicelli, ha una dolcezza di movenze (si osservi la mano destra ripiegata) quasi raffaellesca; mentre il San Giovanni Battista, assorto ed ascetico, sembra quasi evocare suggestioni giambellinesche (o di Cima da Conegliano).
Oltre a Cison di Vai-marino, altri luoghi della Marca e del Bellunese, in questi anni, si abbelliscono delle opere di Marco Casagrande: il Duomo di Serravalle (Vittorio Veneto), con altri due angeli adoranti; la chiesa di Lutrano (comune di Fontanelle), con due simili ai precedenti, che incrociano le mani giunte sul petto, in un gesto d’ineffabile adorazione; il palazzo Berton a Feltre, con quattro statue in marmo di soggetto allegorico e mitologico (Demetra, Mercurio, l’Architettura, la Pittura).
Il nostro realizza anche i busti di alcuni canonici (di Cison, di Soligo, di Agordo); e infine cinque statue per la chiesa arcidiaconale di Agordo (tutte poste sulla facciata: Fede, Speranza e Carità ai centro, sotto il timpano; Davide e Mosè ai lati del portale).
In molte di queste opere, ma specialmente in quelle di Agordo, il neoclassicismo di Casagrande si tinge di colori più caldi, si adorna di un maggior senso di movimento e di nuove sfumature chiaroscurali. La Carità, in particolare, pur nell’impianto classicistico appare venata di una dolce malinconia, ingentilita dalle notazioni affettuosamente veristiche dell’abbigliamento; il Davide e il Mosè, poi (restaurati nel 1980), nonostante l’ascendenza donatelliana tradiscono espressioni e atteggiamenti che col classicismo canoviano hanno ormai ben poco a che fare.
E' il romanticismo che bussa alle porte: proprio quando, in Italia (siamo ormai nella seconda metà del secolo) comincia a cedere terreno davanti a nuove tendenze artistiche, di ispirazione genericamente realista; segno che la permanenza in Ungheria, distaccando il Casagrande - sia pur temporaneamente - dal clima artistico italiano, ha segnato una dislocazione (se non proprio una frattura) rispetto al gusto prevalente dopo il 1850.
Si può parlare, ciò premesso, di un Casagrande pre-naturalista? Forse; almeno osservando il Mercurio di Feitre che si allaccia il calzare, con la gamba destra ripiegata sul ginocchio sinistro e il viso fitto intento nell'operazione dove la mitologia non è più, chiaramente, che un mero pretesto narrativo. E che dire della Demetra (mùtila, purtroppo, delle avambraccia: ah quella benedetta pietra scadente, già responsabile dei disastri di Esztergom!) dal sorriso enigmatico che sembra guardare lontano, mentre il panneggio e i dettagli del vestito - un corpetto coi lacci incrociati che non è certo di fattura greca e tantomeno divina - rinviano a notazioni realistiche di ispirazione quasi intimistica.Nel 1856 il sogno di tornare in Ungheria, per riprendervi il ruolo interrotto di protagonista, sembra sul punto di realizzarsi: Marco Casagrande è invitato all’inaugurazione della basilica di Esztergom (31luglio). Ma, come suole avvenire delle cose troppo a lungo bramate e alimentate dalla trasfigurazione del ricordo (son passati Otto anni da quando ha lasciato la terra del Tibisco!), il rientro nella “seconda patria” è una fiera delusione. Pressoché ignorato da quanti, un tempo, lo ossequiavano, privo di protettori e di committenza (non ci sono più né il Pyrker, né l’arciduca Giuseppe, suo estimatore), malvisto nei circoli reazionari per i suoi trascorsi cripto-rivoluzionari (quel famigerato progetto di una Colonna della Libertà che richiamava troppo, quasi sfacciatamente, l’aborrito Albero della Libertà di esecranda memoria), egli è sopraffatto dalla delusione.


Valdobbiadene - Altare della chiesa di Maria Assunta

Valdobbiadene. Altare della Chiesa di Maria Assunta

Non si trattiene più dello stretto necessario, ha capito che non è aria; rinuncia ad ogni ulteriore tentativo e riprende, tristemente, la via delle Alpi. Ha ottenuto solamente la commissione di due cherubini per la cattedrale di Eger, e di due angioletti inginocchiati. Questi ultimi vengono eseguiti e spediti nel 1863. Non terminerà invece i cherubini, sempre perfezionista, sempre insoddisfatto: li spedirà la vedova nell’ autunno 1880. Alti, solenni, quasi ieratici, non sembrano affatto efebi dalle movenze languide, come quelli di Lutrano; ma guerrieri giovinetti, quasi due Dioscuri dalla forza contenuta e irresistibile, suggerita dall’incedere maestoso e dai gesti quasi militari (uno dei due brandisce una spada, come in “Genesi”, 3, 24, alle porte del Paradiso Terrestre); ma il volto è leggiadro, nobilmente sereno. L’anatomia, velata o piuttosto suggerita dalle vesti aderenti e leggere, è resa con una sapienza di modellato che nulla toglie alla naturalezza: questa coppia di angeli costituisce una delle cose più riuscite di Casagrande, l’ultima opera importante dopo l’altare di San Leonardo in Conegliano del 1858-60. Sono gli stessi le cui copie in gesso adornano tuttora, come si è detto, la parrocchiale di Cison di Valmarino.
S’inserisce, a questo punto, un piccolo giallo. Una identica coppia di cherubini, in gesso, adorna i due lati dell’altar maggiore della pieve di Santa Maria Assunta di Valdobbiadene (la chiesa parrocchiale). Un altro calco delle due statue spedite a Eger nel 1880? Non sembrano esservi dubbi, sebbene la cosa sembri essere sfuggita un po’ a tutti (perfino al documentatissimo studio monografico di Tibor Tombor cui siamo debitori di molte delle nostre conoscenze su Marco Casagrande). E questo è già un elemento di stranezza. Ma a complicare parecchio la faccenda si aggiunge una versione completamente diversa sull’origine delle due statue di Vaidobbiadene, sostenuta da Mons. Alvise Dal Zotto.


Cherubino di EgerUno dei due Cherubini di Eger

Questi, infatti, oltre a definirle di “gelida freddezza neoclassica”, non menziona neppure il nome di Casagrande e riporta una versione secondo la quale sarebbero di tutt’altra provenienza. Ma ecco le sue testuali parole. Dopo aver descritto il vasto rimaneggiamento architettonico che trasformò l’edificio sacro, lasciandovi un’unica navata (in luogo delle tre precedenti) e con cinque altari (in luogo di sette), tra la fine del ‘700 e l’inizio deIl’800, egli afferma che(4):

"Per altar maggiore - al posto dell’antico bellissimo altare cinquecentesco che incorniciava tra le sue colonne la pala, ma non appariva adeguato al presbiterio per le sue proporzioni ridotte - si otteneva nel 1811 mediante le consuete premure di Antonio Canova, l ‘attuale grandioso altare barocco in marmo di Carrara con intarsi di marmo africano e di verde antico, proveniente dalla demolita chiesa di San Francesco dei Frati Conventuali di Conegliano; privo però delle due statue marmoree allegoriche della Giustizia che loflancheggiavano. Si diceva ch ‘erano state portate via dai Francesi, abituati a rapinare dovunque in quegli anni le nostre opere d’arte. A buon conto più tardi il Comm. Sigismondo Piva - che provvederà anche nel 1867 a ornare l’abside d’un magnifico damasco listato in oro come pure della corona dorata posta su in alto e degli altri apporti lignei dorati per le Quarant’ore -farà a sue spese riprodurre in gesso, pur nella loro gelida freddezza neoclassica, le due statue mancanti che flancheggiavano un tempo l’altare. Le quali, recentemente mutati i loro simboli emblematici (spada e bilancia), vennero fatte passare per due angeli.”

Tutto questo è stupefacente. Se fosse vero, bisognerebbe concludere che neanche i cherubini di Eger sono una creazione di Casagrande, ma una copia di un originale dei primi dell’800 (e di quale maestro?); anzi, che Casagrande avrebbe copiato due statue
Valdobbiadene, Chiesa di S. Maria Assunta: ai centro le due statue di autore ignoto, all’esterno i due cherubini di Cison e di Eger, allegoriche della Giustizia, adattandole alla bell’e meglio come due cherubini.Difficile da credere. Certo è che né Alvise Dal Zotto né Fulvia Dal Zotto, autrice di un’altra monografia sulla pieve di S. Maria Assunta, fanno il nome di Casagrande; il primo, come si è visto, considera inoltre i due angeli come un esempio non eccelso di arte neoclassica; la seconda, col suo silenzio, mostra di non considerarli di rilevanza artistica.(5)


Cherubino di CisonUno dei due Cherubini di Cison

Ora, nella raccolta di E. Pierobon, a Belluno, vi sono svariati bozzetti preparatorii e disegni di entrambi i cherubini spediti poi a Eger(6), e di cui esistono copie in gesso, come abbiamo visto, sia a Valdobbiadene che a Cison di Valmarino. Per essere pignoli, diremo che il cherubino di destra che si trova a Eger, conformemente al progetto originario dell’artista risalente, pare, al 1840, brandisce la spada (come quello di Cison: invece quello di Valdobbiadene reca la croce nella destra e la corona di spine nella sinistra); mentre il cherubino che a Eger sta a sinistra dell’ altar maggiore (e ugualmente nelle copie italiane) reca sempre in mano la fiaccola, simbolo dell’Amore divino.
Ci sembra evidente che, se Casagrande avesse sfruttato l’idea (diciamo pure: copiato) di opere già esistenti, non avrebbe avuto ragione di disegnarne tutta una serie di schizzi preparatorii prima di modellarli. Perciò, in via d’ipotesi (abbisognante di ulteriori approfondimenti) ci sembra di poter ricostruire così il “giallo” di Valdobbiadene. La coppia di cherubini destinati a Eger piace così tanto, che oltre ai gessi per la chiesa parrocchiale di Cison ne vengono realizzati altri due (dallo stesso Casagrande? O si tratta di una “riproduzione pirata”?) che finiscono per adornare l’altar maggiore di Valdobbiadene, proveniente da S. Francesco in Conegliano. Forse la leggenda che si trattava di due allegorie della Giustizia nasce dal fatto che, effettivamente, il cherubino di Cison armato di spada (proprio come quello di Eger) regge, nella mano sinistra, una bilancia metallica (aggiunta poi, come la spada nella destra: i disegni della raccolta Pierobon lasciano “libertà di scelta” alla committenza). E, chiaramente, la Bilancia della divina giustizia, per “pesare” le anime al cospetto di Dio: similitudine antichissima, attestata un po’ in tutte le religioni, da quella degli antichi Egiziani (come mostrano numerose pitture tombali) in avanti. Che qualcuno possa aver scambiato i due angeli per delle astratte figurazioni, diciamo così, “laiche”, pare comunque piuttosto strano; anche ammettendo che le grandi ali siano state aggiunte, sia l’abbigliamento che tutti i particolari iconografici lasciano ben pochi margini di dubbio sull’identità dei due personaggi.
Quanto ai cappuccini di Conegliano, è vero che nel 1810 (in seguito alla soppressione generale di tutte le corporazioni religiose, voluta da Napoleone) anch’essi dovettero andarsene, come del resto i loro confratelli domenicani del convento dei santi Martino e Rosa (rientrarono ufficialmente il 21 maggio 1837). Sembra però che il convento e la chiesa si fossero mantenuti quasi intatti durante la loro assenza: il proprietario del luogo, Giovanni Vedova, aveva apportato solo qualche lieve modifica, abbattendo la sacrestia e la cappella laterale(7). Com’è piccolo il mondo: quando i cappuccini veneti furono autorizzati a rivestire l’abito, nel 1822 (con decreto dell’imperatore d’Austria, Francesco I), la cerimonia fu presieduta da una nostra vecchia conoscenza: il patriarca Pyrker. Comunque, non si parla di una demolizione della chiesa di S. Francesco: dunque l’altare di Valdobbiadene non pare provenisse da lì. L’intera questione, in ogni caso, crediamo meriti un ulteriore approfondimento, perché solleva interrogativi intriganti. Per dirne uno: si è mai visto l’altar maggiore di una chiesa adornato non da statue di angeli o santi, ma da statue allegoriche di virtù personificate? Certo, la Giustizia è anche virtù cristiana (una delle quattro virtù cardinali): ma perché i frati cappuccini di Conegliano avrebbero dovuto farla rappresentare senza i tradizionali attributi religiosi, come facevano gli artisti pagani del mondo antico o gli artisti libertari e anticlericali della Rivoluzione francese?
Concludiamo questa parentesi ricordando che, quando 1’ 11 agosto 1856 è convocato a Eger dal successore di Pyrker, Bartakovics, per concordare le quattro nuove statue commissionategli, Casagrande espone il suo progetto che accarezzava, dice, fin dal lontano 1840(8). I due grandi cherubini devono rappresentare la Giustizia (con la bilancia e la spada) e l’Amor divino, ossia la Carità (con la fiaccola tra le mani). Una vecchia idea, quindi: ed è un fatto che lo scultore trevigiano, nonostante le sollecitazioni e la minaccia di un’ azione legale da parte della curia di Eger, continua, vecchio e malato, a lavorare a quest’ultima opera, lasciandola infine incompiuta (sarà terminata da Adolf Huszar), come se non tollerasse l’idea di separarsene. Si dice che nei volti dei due cherubini egli abbia rappresentato la dolce Maria Kovàcs (la Carità) e l’orgogliosa sorella di lei, Anna (la Giustizia), che aveva rifiutato la richiesta di matrimonio del nostro: una piaga, si direbbe, mai del tutto rimarginata. . .(9)


Monumento a Casagrande a CisonCison di V., monumento a M.Casagrande

E torniamo all’ultimo capitolo della biografia di Casagrande. Si può dire che, dopo l’inaugurazione dell’altare di S. Leonardo nel Duomo di Conegliano (1858-60), egli non realizza più opere significative. Spesso prostrato da accessi di tosse, è sempre più stanco e, forse, deluso: la luce della gloria artistica, che per un momento gli si è posata in fronte, lo ha poi capricciosamente abbandonato. E nel pieno della sua maturità di uomo e di scultore! Eppure, non sembra che l’amarezza lo abbia intristito. Sobrio e modesto come è sempre stato (al punto che, quand’è particolarmente emozionato, si mette a balbettare), affronta con serenità una sorte che non gli ha permesso di rivelare tutto il suo ingegno; alieno dall’intrigo, scrupoloso fino all’indecisione, anche nelle sue ultime realizzazioni lavora incessantemente di rifinitura, a rischio di parere trascurato (mentre è vero il contrario), come nel caso della chiesa arcipretale di Agordo. Maria, che lo assiste con amore e dedizione nelle sue frequenti malattie, insegna frattanto come maestra elementare nella scuola di Cison, dove la coppia vive, senza figli. Al tempo stesso, fa da modella al marito: sono molti, in questi anni, i volti di angeli scolpiti da Casagrande che recano traccia delle dolci sembianze di lei, e che noi possiamo vedere come in controluce. Marco Casagrande muore, dopo quattro anni di malattia, il 5 febbraio 1880. Le sue spoglie riposano nel cimitero di Cison di Valmarino, in una tomba costruita secondo i suoi disegni, le vicine montagne boscose quale scenario semplice e grandioso. Maria Kovàcs fa scolpire l’epigrafe secondo il testo da lui stesso indicato:

A
MARCO CASAGRANDE
SCULTORE
NATO A CAMPEA DI MIANE

LI 18 SETTEMBRE 1804
MORTO IN CISON LI 5 FEBB 1880
LA MOGLIE POSE
PIETOSO PASSEGGIERO PREGA PER LUI (10)


Un ultimo interrogativo ci resta da sciogliere. Poiché non abbiamo inteso fare opera apologetica, ma il più possibile storica (e cioè imparziale), sorge spontanea la fatidica domanda: è stato un grande artista, Marco Casagrande?La risposta, molto probabilmente, è no. Non ha posseduto quel sacro fuoco della vera creatività, quella capacità di tracciare vie nuove, di anticipare tendenze e sensibilità rispetto al suo tempo (“bisogna essere assolutamente moderni”, diceva Rimbaud); né quella di sintetizzare e rielaborare genialmente, imprimendovi il marchio dell’originalità assoluta, tradizioni e correnti passate (come seppe fare in maniera insuperabile un musicista-poeta come Bach): ciò che è proprio dei grandi.
E tuttavia, va subito aggiunto, è stato un artista insigne, ingiustamente obliato nella sua terra natale; uno dei maggiori scultori italiani ed europei dell’800, animato da un’autentica ansia di verità e di perfezione; una figura esemplare di uomo, di marito, di lavoratore, di artista, ingentilita da un carattere schietto e modesto, per nulla vanaglorioso nonostante i suoi evidenti meriti e le altrettanto evidenti incomprensioni sofferte nella sua carriera.
E, come direbbe forse il buon vecchio Manzoni, vogliate scusare se tutto ciò vi dovesse sembrar poco.

(Prof. Francesco Lamendola)


  1. Vedi il bellissimo romanzo di Lajos Zilahy “Il disertore “, ambientato nelle retrovie del Piave nel 1918, a Refrontolo.
  2. Una breve osservazione di costume. L’aristocrazia veneta del ‘700 e ‘800, come si vede, pur avendo molte cose da farsi perdonare (o forse anche per questo) sapeva investire intelligenza e capitali in una accorta politica culturale, valorizzando risorse altrimenti destinate a rimanere inespresse: Canova, Casagrande e tanti altri. L’attuale classe dirigente, che ha tante cose, anch’ essa, da farsi perdonare, è capace di altrettanta lungimiranza?
  3. Da “Per la guerra santa, alle armi!” (1849), in “Poemetti e liriche scelte”, Utet 1969, tr. Di S. Markus e S. Rho. Dopo la battaglia di Segesvàr (Transilvania), il corpo di Petofi non fu mai ritrovato. Lasciava una sposa-bambina. Giulia, alla quale aveva dedicato alcune celebri poesie d’amore.
  4. A. Dal Zotto “La Pieve di Santa Maria di Valdobbiadene”, Cittadella, 1985, pp. 8 1-82.
  5. F. Dal Zotto, “La Pieve della Valdobbiadene “, Feltre, 1996.
  6. T. Tombor, “Marco Casagrande, scultore trivigiano”, Treviso, 1980, voi. Il, pp. 230-231. Sempre da questa ricca monografia abbiamo tratto la citazione iniziale dei presente studio: voi. I, p. 11.
  7. AA.VV., “I frati cappuccini a Conegliano”, Preganziol, 1993, p. 84.
  8. T. Tombor, op. cit., voi. I, p. 293 b.
  9. ibidem, voi. I, p. 311 a.
  10. Passeggiero: forma rara e, oggi, antiquata per “passeggero” (cfr. Zingarelli, 1996).

BIBLIOGRAFIA

AA.VV. “Cison di Valmarino ricorda Marco Casagrande nel centenario della morte 1880-1980”, Vittorio Veneto, 1982, TIPSE.
AA.VV.. “L’alta Marca Trevigiana. Itinerari storico-artistici nel Quartier del Piave e nella Valmareno”, Sommacampagna (Verona), 2000 (2a edizione), pp. 182-183.
BELLIS, Eno, “Fontanelie, cenni storici”, Treviso, 1984, pp. 294, 305 (sugli angeli della parrocchiale di Lutrano).
BINOTTO, Roberto, “Personaggi illustri della Marca Trevigiana”, ed. Cassamarca (Cornuda), 1996, pp. 154-155.
DALL’ANESE, Enrico - MARTOREL, Paolo, “Personaggi illustri del Quartier del Piave e della Valmareno”, Pieve di Soligo, 1984, pp. 66-70.
NETTO, Giovanni, “Guida di Treviso”. Trieste, 2000 (2a ediz.), p. 234 (sul ciclo di Palazzo Bortolan).
PONIS, IIo, “Marco Casagrande”, in “Il Coneglianese”, gennaio 1970, p. 4 (Il nome dell’autore èuno pseudonimo di G. Sinopoli).
RUZZA, Vincenzo, “Guida di Vittorio Veneto e dintorni”, Vittorio Veneto, ediz. 1970, p. 40 (sugli angeli del Duomo di Serravalle).
SINOPOLI, Guido, “Il centenario della morte di Marco Casagrande”, in “L’Azione”. 30 ottobre 1977, p. 13.
SINOPOLI, Guido, “Il ricordo dello scultore Marco Casagrande”, in “Il Flaminio”, 1979, n. 1. pp. 55-60.
TAMBORINI, Marco, “Ungheria”, Touring Club Italiano, 1990, pp. 94, 97.
TOMBOR, Tibor, “Marco Casagrande, scultore trevigiano” (2 volI.), Treviso, 1980.
TOMBOR, Tibor, “Marco Casagrande: breve sintesi biografica”. Treviso, 1975.
TOMBOR, Tibor, SINOPOLI, Guido, “Marco Casagrande (1804-1880) FENYKEPKIALL!TAS”, Treviso, 1982, Ed. Marton (in lingua originale ungherese).
Voci dell”Enciclopedia italiana” (ediz. 1949) sull’opera di Marco Casagrande: voi. XIII, p. 531 e (=Eger); voi. XIV, p. 436 e (=Esztergom): voi. XXXIV, p. 693 e (=Ungheria).


Ultimo aggiornamento Sabato 19 Gennaio 2013 16:35
 
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